top of page
  • Immagine del redattoreedit

Non siamo etichette!


Spesso nel contesto scuola si tende a fornire un’etichetta ai bambini e ai ragazzi che hanno delle difficoltà. Di seguito sono riportati alcuni esempi:

“In classe ho un bambino cieco.”

“Quel bambino ADHD non riesce proprio a star fermo!”

“Al bambino dislessico ho fornito un adeguato strumento compensativo!”


Come si evince dalle frasi, si tende a identificare l’alunno o l’alunna con il suo “disturbo”, a considerare la persona in relazione alla sua problematica. È opinione comune che la personalità e il carattere di un individuo siano dati da molteplici fattori: genetici, ambientali, sociali e contestuali. Più variabili incidono nella costituzione della propria identità. Nel contesto scolastico, considerando ad esempio la scuola primaria, bisogna porre attenzione a questi fattori di rischio perché il bambino ancora non ha costruito l’immagine di sé. L’utilizzo di un linguaggio poco adeguato incide sul modo in cui il ragazzo vede se stesso arrivando a interiorizzare l’idea che lui è “la malattia”.

La comunicazione umana, verbale e non verbale, è caratteristica della specie umana. Come recita Paul Watzlawick nell’opera Pragmatica della comunicazione umana del 1967, “Non si può non comunicare”. Qualsiasi gesto, espressione, movimento corporeo accompagnati o meno dal linguaggio parlato, veicolano un messaggio. Le ricerche di Albert Mehrabian, psicologo statunitense, hanno evidenziato l’importanza dei diversi aspetti della comunicazione durante le interazioni e conversazioni tra individui. Infatti, durante una conversazione, ciò che cattura l’attenzione dell’interlocutore è maggiormente la comunicazione non verbale, in particolare quella legata a corpo e mimica facciale. Si stima che tale comunicazione abbia un’influenza del 55% sull’elaborazione del significato. Mentre le parole, comunicazione verbale, contano solo per il 7%. Il restante 38%è influenzato dalla comunicazione paraverbale, cioè il tono, volume, ritmo della voce, ecc. Ecco perché nel contesto scuola, gli insegnanti devo essere consapevoli del proprio modo di interagire con gli alunni e le alunne, con gli studenti e le studentesse e come ciò possa avere delle risonanze in termini positivi e/o negative sui propri alunni.

La consapevolezza è legata alla considerazione che tutti siamo diversi, e non è il bambino con difficoltà o una certificazione a essere diverso dal gruppo dei pari, ma sono i membri di tale gruppo a essere diversi tra di loro anche in assenza di una certificazione di disabilità. Ogni essere umano, ogni alunno deve essere considerato unico in quanto individuo caratterizzato dalle proprie potenzialità, abilità, competenze, dal proprio funzionamento mentale e comportamentale e ovviamente dalle sue difficoltà e debolezze. Capire queste variabili permette al docente di avvicinarsi al mondo del bambino, a entrare in sintonia con i suoi stati mentali e al contempo permette al bambino di sentirsi capito dall’insegnante in quanto persona e non in base al suo disturbo o al suo talento. Tutto ciò ha ripercussioni positive anche sul gruppo classe perché tutti si sentono accettati e compresi, sottolineando ed evidenziando le differenze individuali.

Quindi, è necessario che il corpo docente sia sensibile a questa problematica e permetta di far acquisire al bambino o alla bambina la consapevolezza che non è il disturbo certificato, ma lui o lei è un individuo in quanto tale, unico e con le proprie caratteristiche.

Per concludere vorrei riprendere le frasi citate in apertura considerando le osservazioni e le riflessioni espresse in questo articolo. Ritengo, quindi, opportuno riferirsi ai propri alunni con problematiche e difficoltà introducendo la proposizione “con”.

“In classe ho un bambino con cecità.

“Quel bambino con ADHD non riesce proprio a star fermo!”

“Al bambino con Dislessia ho fornito un adeguato strumento compensativo!”


Dott.ssa Teresa Longo


33 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comments


bottom of page