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Una realtà prismatica

Aggiornamento: 8 mar 2023




“Insegnare” significa mostrare che è possibile. “Apprendere” vuol dire “Rendere realizzabile sé stessi”

Ebbene, queste frasi di Paulo Coelho nel (e del) “Cammino di Santiago” hanno permesso la ricerca e lo smuoversi di domande. Molti di noi oggi parlano di epoca pre e post covid.

Sembrano due realtà distinte e separate tra loro. Lo sono davvero?

Tentare di rispondere a un tema tanto importante è simile ad un salto nel buio. Perciò non è l’obiettivo di queste righe. Non hanno la presunzione di “risolvere” la questione.

Questa volta cercheremo di dare qualche input riguardo al tema della diversità. Tema che era presente in epoca pre ed è presente in epoca post covid.

Che cos’è la diversità? Cosa si può definire “diverso”?

Tentiamo una risposta. La diversità è “altro”, qualcosa che non si conosce, qualcuno che mostra ed ha conoscenze diverse dalle proprie. Potremmo pensare anche, in maniera piuttosto semplicistica, ad una tavola imbandita in modo differente, rispetto a come lo facciamo quotidianamente. Come ci si relaziona a ciò? Quale potrebbe essere una definizione? Beh, ciò che appartiene alle tradizioni, ai riti e dunque alle pratiche, definiscono la cultura. Dici niente…

Ad oggi ci troviamo tutti immersi in un prisma così ricco e differenziato, qual è il Mondo, dove i confini sono di difficile definizione. Anche nei luoghi di confronto si sente parlare di vita liquida, gassosa e tanto altro. Vero è, che anche i primi filosofi parlavano della potenza dell’acqua e della sua vitalità che si modifica a seconda delle situazioni, ma si sa anche, che poi, questa similitudine non è bastata, ci vuole ben altro. Occorre l’uomo in relazione ad un altro uomo, occorrono legami, interazioni, relazioni. Ora proviamo a riportare tutto ciò all’ interno del contesto scolastico interculturale che è presente oggi nella maggior parte delle scuole. È del 2007 “l’approccio italiano ad una scuola interculturale e all’ integrazione degli alunni immigrati” a cui segue anche la definizione stessa, ovvero: l’insegnamento in un contesto interculturale significa assumere la diversità come paradigma della scuola stessa, un’opportunità privilegiata per abbracciare tutte le differenze (Miur 2007).

La definizione stessa porta in sé dei limiti e delle risorse. Sicuramente ha sostanza, riguardo al tema dell’integrazione, che con il tempo è diventata inclusione ed è un invito a cogliere le opportunità: non hai limiti. Però il tempo potrebbe essere un limite. Ciò è stato scritto all’ incirca quindici anni fa e c’è stata una pandemia di mezzo. In egual misura però ciò che è stato scritto fino ad adesso ci porta a poter tracciare un incipit di metodo, ovvero rilevare e valutare (competenza propria degli operatori del terzo settore) i limiti e le risorse del sistema scolastico seguendo un paradigma interculturale. Nel 2016, A. Granata e colleghi partendo proprio dal paradigma interculturale, hanno intervistato un piccolo campione di diverse scuole del milanese (genitori ed insegnanti). Gli studiosi hanno scelto la scuola dell’infanzia che hanno valutato essere un luogo di “imprinting” per gli infanti. I nuovi inizi a volte “spaventano”, c’è chi però li affronta come limite e chi come opportunità. Quest’ atteggiamento ambivalente, come lo studio ha rilevato, è presente anche tra gli intervistati. Nello specifico, gli insegnanti hanno riportato la presenza di un forte impatto dei pregiudizi, una scarsa conoscenza dell’italiano da parte dei genitori (che siano egiziani, tunisini o/e cinesi) e un delegare i bisogni degli allievi, in maniera quasi totale, al corpo docente. Le criticità più evidenti hanno rilevato una vera e propria dissonanza culturale tra la cultura italiana e le “altre” presenti. I genitori, dal canto loro, hanno manifestato una forte intrusione da parte degli insegnanti nello stile di vita dei loro allievi e di conseguenza delle famiglie, percependo, nei casi “limite”, una mancanza di “limiti”. Non da meno, le condizioni socio-economiche deficitarie e il linguaggio tecnico da dover utilizzare all’ interno di un contesto istituzionale, come quello scolastico (PEI, POF, Invalsi etc.).

A questo punto si potrebbero avanzare ipotesi di risoluzione nonostante le difficoltà logistiche, strutturali ed interpersonali. Si potrebbe potenziare l’aspetto interpersonale, favorendo e promuovendo incontri fruttuosi, magari semi-strutturati come le interviste messe a punto per la ricerca discussa, in modo tale da smussare in parte i limiti e le barriere presenti nel contesto scolastico. D’ altronde, per concludere, come sottolineano gli autori:

“l’individuo non è il prodotto ma il produttore della propria cultura”.


Quindi, vista dal basso, la questione potrebbe essere “aperta” con l’approccio “learning by doing” inserito in un’ottica più ampia che prevede un dare e un ricevere. Meglio ancora, dare e prendere, come quando viene dato del lievito madre ad un panettiere per farne dei panini per l’intera classe. La condivisione dei limiti e delle risorse, potrebbe essere una via d’ uscita.


Dott. ssa G. Tammaro



Bibliografia

P.Coelho (2021)”Il Cammino di Santiago” traduzione di Rita Desti – La Nave di Teseo

Granata et al. (2016) Family-school relationship in the Italian infant schools: not only a matter of cultural diversity

DOI 10.1186/s40064-016-3581-7

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